Benvenuti nel sito del Prof. Roberto Delfini

 

Il Prof. Roberto Delfini specialista in Neurochirurgia, negli ultimi 24 mesi ha svolto 600 interventi chirurgici per patologie vertrebo midollari e 300 per patologie endocraniche. E' professore ordinario di Neurochirurgia, titolare della I cattedra di Neurochirurgia dell'Università Sapienza di Roma e direttore della Scuola di Specializzazione in Neurochirurgia. E', inoltre, Past president della Società Italiana di Neurochirurgia. Esercita l’attività privata presso la Casa di Cura Mater Dei e presso la Casa di Cura Villa Margherita di Roma.

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Patologia degenerativa spinale

 

 

La patologia degenerativa spinale rappresenta la causa più comune di dolore al rachide e agli arti. Le patologie vengono classificate in: 

 

 

 

Ernia del disco lombare

Tra le vertebre che costituiscono la colonna vertebrale si trovano strutture cartilaginee chiamate "dischi intervertebrali" e sono composte da una porzione centrale a consistenza più molle e gelatinosa, il nucleo polposo, e da un rivestimento esterno, l'anulus fibroso. L’età, l’esercizio fisico, traumi ripetuti fanno si che nell’anello fibroso che circonda il nucleo polposo del disco, si formino delle lacerazioni, più frequenti nella porzione postero-laterale che rappresenta il punto di minor resistenza. Questo processo degenerativo causa l’ernia del disco. La degenerazione discale può essere favorita da una predisposizione genetica o da condizioni genetiche particolari quali l’iperlassità legamentosa (sindrome di Marfan, sindrome di Enhler Danlos ecc). Circa l’80% della popolazione adulta ha sofferto almeno una volta nella sua vita di mal di schiena. La maggiore incidenza si ha nell’età dai 30 ai 40 anni. Le donne vanno incontro a sciatalgia con un ritardo rispetto agli uomini di circa 8-10 anni. La massima frequenza a livello lombare di erniazione del disco è a carico degli spazi L4-L5 ed L5-S1, meno frequentemente si presenta livello L3-L4 e molto rara è a livello L1-L2 ed L2-L3. L’elevata frequenza di ernia a livello del tratto lombare è dovuta al notevole sovraccarico funzionale cui è sottoposto questo tratto di colonna, che comporta fenomeni di indebolimento dell’anulus fibroso.  Le ernie del disco possono essere definite in base alle loro dimensioni (Bulging, cioè lieve deformazione dell’anulus senza rottura; Protrusione, con rottura delle fibre interne dell’anulus; Ernia, rottura dell’anulus e fuoriuscita del nucleo polposo); alla loro posizione rispetto al canale vertebrale (ernia laterale: intraforaminale o extraforaminale; ernia centrale: mediana; ernia intraspongiosa od ernia di Schmorl).

Di norma la porzione estrusa del disco intervertebrale resta in continuità con il disco intervertebrale da cui ha avuto origine, perché contenuta dal legamento longitudinale posteriore (ernia contenuta). Se, invece, lacera il legamento longitudinale posteriore ma rimane in gran parte al di sotto di esso si parla di ernia translegamentosa (infralegamentosa). Se, infine, il materiale discale riesce a passare attraverso il legamento longitudinale posteriore (ernie discali extraligamentose o espulsa), può formare un frammento libero che può migrare liberamente nel canale vertebrale, in quanto non più in rapporto di continuità con il disco.

 

Sintomi

Il quadro clinico dell’ernia del disco lombare all’esordio è caratterizzato, tipicamente, da lombalgia; i pazienti riconducono spesso l’esordio della sintomatologia clinica ad un evento traumatico:  caduta dall’alto, brusca contrazione muscolare, brusca flessione in avanti del busto, sollevamento di un peso da terra. In alcuni casi il dolore viene descritto come “fastidio” cronico, costante, accentuato da movimenti della colonna (soprattutto in flessione), colpi di tosse, starnuti, etc. Tutto ciò accade soprattutto in soggetti che svolgono lavori che sottopongono la colonna a continuo sovraccarico (es. autisti, operai, etc.) o lavori sedentari (es. impiegati).

La lombalgia è frequentemente associata ad irradiazione del dolore agli arti inferiori, che può manifestarsi come sciatalgia (dolore sulla parte posteriore della coscia e della gamba) o come cruralgia (dolore sulla parte anteriore della coscia fino al ginocchio), monolaterale o bilaterale.  Al quadro di dolore spesso si associano sintomi sensitivi quali: anestesia (mancata sensazione al tatto), ipoestesia (ridotta sensazione al tatto), parestesia (formicolio, addormentamento) o disestesia (sensazione di alterata sensibilità). La compressione sulla radice può provocare inoltre disturbi a carico della motilità segmentale, con insorgenza di deficit muscolari.

Più raramente il quadro clinico di esordio può essere rappresentato dalla “sindrome della cauda equina”, che rappresenta una vera e propria urgenza neurochirurgica. Tale sintomatologia è dovuta ad un coinvolgimento multiradicolare acuto associato a gravi compromissioni neurologiche sfinteriche (soprattutto ritenzione urinaria) e la classica anestesia a sella (ano e genitali).

 

Diagnosi

Gli esami strumentali necessari per fare diagnosi sono rappresentati dalla radiologia convenzionale (Rx colonna lombo-sacrale in proiezione antero-postriore e latero-laterale ed Rx dinamiche); la Tomografia Computerizzata; la Risonanza magnetica nucleare che rappresenta oggi il gold standard per la diagnosi dell’ernia del disco; utili inoltre sono gli esami neurofisiologici quali elettromiografia ed elettroneurografia.

 

Trattamento

Il trattamento per l’ernia del disco lombare può essere di tipo conservativo o chirurgico.

Il trattamento chirurgico può essere di microdiscectomia, eseguito con tecnica open  e l’ausilio del microscopio operatorio, e da una serie di tecniche alternative mininvasivo – percutanee quali la discectomia percutanea automatizzata, discectomia con laser o con coblazione, sostituzione del disco intervertebrale, nucleo plastica, protesi di disco lombare. Tra i trattamenti miniinvasivo-percutaneo si elencano anche: chemonucleolisi, iniezioni di steroidi epidurali, terapia elettrotermica intradiscale o IDET, discolisi con ossigeno e ozono).

Il trattamento conservativo prevede la somministrazione di farmaci per via sistemica, fisioterapia, massaggi, trazioni, manipolazioni vertebrali, scuola di educazione posturale o back school.

La prognosi delle radicolopatie spinali da ernia discale è generalmente buona, con risoluzione spontanea dei sintomi nell’arco di 1-3 mesi nella maggior parte dei casi. L’indicazione all’intervento chirurgico si pone in caso di sindrome della cauda equina, presenza di deficit della motilità, persistenza del dolore dopo prolungato trattamento medico e fisioterapico (2-3 mesi). Le recidive dell’ernia discale si possono verificare in circa il 3%-8% dei pazienti. La percentuale di complicanze all’intervento di erniectomia è molto bassa ma tuttavia possibile, le più frequenti sono: persistenza del dolore sciatalgico o cruralgico, disciti e spondilodisciti (infezione localizzata a livello del disco intervertebrale o dei corpi), deficit neurologici sensitivi o motori transitori o permanenti a carico delle radici coinvolte, ematomi post-chirurgici, fistole liquorali, instabilità metamerica segmentale. In genere il paziente sottoposto ad intervento di discectomia può alzarsi e deambulare in prima giornata postoperatoria. L’astensione dall’attività lavorativa e da qualsiasi sforzo per il rachide dovrà essere di circa 30-40 giorni.

 

 

Ernia del disco cervicale

L’ernia cervicale rappresenta, come in tutte le ernie del disco, l’evento iniziale della cascata degenerativa a carico del rachide cervicale. Essa può essere componente di un fisiologico processo di invecchiamento, oppure più frequentemente la conseguenza di un evento traumatico che causa un danno discale diretto. Il picco d’incidenza si ha tra i 40 e i 50 anni di età.  La maggior parte delle ernie cervicali si sviluppano a livello del rachide cervicale inferiore (C3-C7). Nel 60% dei casi è coinvolto il segmento C6-C7 ed nel 25% il segmento C5-C6 ovvero i metameri maggiormente soggetti a sollecitazioni biomeccaniche. Nella patogenesi della discopatia cervicale giocano un ruolo determinante i fattori meccanici come, un aumento dei carichi sulla colonna, le vibrazioni, le sollecitazioni ripetute nel tempo che,  soprattutto se causano uno stress persistente, danno luogo all’ “usura” dell’anulus fibroso fino alla sua rottura.

Le ernie del disco cervicali vengono classificate in base alla tipologia delle ernie (ernia molle, cioè l’erniazione del nucleo polposo propriamente detta ed ernia dura in cui il nucleo polposo erniato è ormai degenerato e quasi calcifico, ed è spesso associato ad osteofitosi, ovvero artrosi, contestuale dei corpi vertebrali) ed in base alle caratteristiche di insorgenza dei sintomi (ernia acuta o  ernia cronica, correlate  con il meccanismo d’azione che le provoca). 

 

Sintomi

La sintomatologia dell’ernia cervicale deriva dalla compressione meccanica che il disco erniato esercita sulla radice nervosa (radicolopatia), sul midollo spinale (mielopatia), o su entrambe (mielo-radicolopatia). Il sintomo principale dell'ernia cervicale è il dolore al collo (cervicalgia) che tende ad irradiarsi lungo il braccio (brachialgia). Più rara è la comparsa di vertigini o cefalea, ad eziopatogenesi muscolotensiva come conseguenza della contrattura antalgica dei muscoli del collo.

In caso di coinvolgimento midollare si parla di mielopatia. La sintomatologia in questo caso è caratterizzata da paresi spastica (deficit di forza e rigidità) agli arti inferiori ( in caso di ernie alte anche agli arti superiori), iperelicitabilità dei riflessi osteotendinei agli arti inferiori, andatura atasso-spastica, disfunzioni sfinteriche e sessuali e disturbi della sensibilità profonda.  Il dolore al collo e i sintomi agli arti superiori ed inferiori sono in genere bilaterali con scarsa prevalenza di lato.

 

Diagnosi

Gli esami strumentali che permettono la diagnosi dell’ernia del disco cervicale sono la radiologia convenzionale (Rx cervicale in proiezione antero-posteriore e latero-laterale ed Rx dinamiche); la Tomografia Assiale Computerizzata; la Risonanza Magnetica che rappresenta il gold standard per la diagnosi di tale patologia; elettromiografia, elettroneurografia e potenziali evocati somatosensitivi e motori (PESS-PEM).

 

Trattamento

Il trattamento dell’ernia del disco cervicale può essere di tipo conservativo con l’immobilizzazione del collo con un collare cervicale morbido, il quale può attenuare i sintomi durante la prima fase infiammatoria. Terapia antidolorifica, antiinfiammatoria e la fisioterapia. Oppure la trazione cervicale eseguita sotto stretto controllo medico.

Il trattamento chirurgico prevede:

1. Approcci anteriori al rachide cervicale:

- discectomia cervicale, con o senza fusione intersomatica,

- artroplastica cervicale (posizionamento di dischi artificiali).

2. Approcci posteriori al rachide cervicale:

- laminectomia cervicale,

- foraminotomia cervicale posteriore per la rimozione di ernie postero-laterali.

Nella maggior parte dei pazienti affetti da radicolopatia cervicale la prognosi è favorevole. Il 30-40% dei pazienti con radicolopatia cervicale sintomatica presentano sintomatologia ricorrente, e solo un terzo di questi vengono sottoposti ad intervento chirurgico a causa della progressione dei sintomi. Circa il 10% dei pazienti risulta fortemente sintomatico con dolore invalidante tale da interferire nella qualità di vita. I pazienti sottoposti ad intervento chirurgico di discectomia anteriore hanno un decorso postoperatorio breve: il paziente può alzarsi e deambulare in prima giornata postoperatoria, dovrà indossare un collare cervicale morbido o semirigido per 2-4 settimane. L’astensione dall’attività lavorativa e da qualsiasi sforzo per il rachide dovrà essere di 30-40 giorni. La fusione ossea avviene in circa 4 mesi è potrà essere monitorata mediante un ulteriore controllo radiografico. Ad avvenuta fusione ossea il paziente riprende le attività quotidiane precedentemente svolte. 

 

 

Ernia del disco toracica

Al contrario dell’ernia del disco sul tratto cervicale o lombare, l’ernia toracica è meno frequente con un’incidenza stimata intorno allo 0,25-1% di tutti i tipi di ernia discale. L'ernia può essere molle, e più spesso "dura" per reazione dei margini vertebrali con produzione di becchi ossei (osteofiti). La maggior parte delle ernie toraciche sono mediane o paramediane, raramente laterali. La maggior parte dei casi di ernia toracica si manifesta tra la terza e la quinta decade di vita. Il tratto di colonna dorsale  più frequentemente interessato è quello al di sotto di D7.

 

Sintomi

Il più comune sintomo di presentazione, in una percentuale di circa il 76% dei casi, è il dolore; secondo, meno comune, è la mielopatia. E’ altrettanto interessante notare che circa il 25% dei pazienti non presenta alcuna sintomatologia algica. Sintomi meno frequenti associati alla patologia discale toracica sono: disfunzioni urinarie (24%), disturbi della sensibilità (61%) e disturbi del movimento (61%). Il disturbo urinario più frequente è l’urgenza minzionale, mentre le alterazioni della sensibilità si distinguono in parestesie ed ipoestesie fino alla completa perdita di sensibilità. Per quanto riguarda i disturbi del movimento la paraparesi è tre volte più frequente rispetto alla monoparesi.

 

Diagnosi

Gli esami strumentali che permettono la corretta diagnosi sono rappresentati dalla radiologia convenzionale (Rx colonna lombo-sacrale in proiezione antero-postriore e latero-laterale ed Rx dinamiche), dalla Tomografia Computerizzata, dalla Risonanza magnetica nucleare che rappresenta il gold standard per la diagnosi di tale patologia, da esami neurofisiologici quali elettromiografia e elettroneurografia.

 

Trattamento

Il trattamento dell’ernia del disco toracica può essere conservativo (terapia antalgica, farmacologica e fisioterapica) o chirurgico.

Le opzioni chirurgiche per la rimozione di un’ernia toracica possono essere classificate in quattro gruppi principali: 1. Approcci posteriori (laminotomia);

2. Approcci posterolaterali (discectomia trans-toracica, ovvero toracotomia posterolaterale standard, costotrasversectomia);

3. Approcci anterolaterali (approccio toracotomico trans-toracico standard);

4. Approcci toracoscopici.

Per quanto riguarda gli approcci per via laterale o posterolaterale, prevedono un'incisione cutanea dorsale paravertebrale. Si espongono parte delle coste ed i processi trasversi delle due vertebre sovra- e sottostanti il livello dell'ernia. Dopo aver resecato parte delle due coste e dei processi trasversi (costotrasversectomia), si procede per via extrapleurica, si allarga il forame che dà passaggio alla radice nervosa compressa, si raggiunge l'ernia che viene asportata insieme al disco corrispondente. Per quanto riguarda l’approccio per via trans-toracica, esso prevede l'accesso attraverso la gabbia toracica e quindi viene realizzato in collaborazione con i chirurghi toracici. L’approccio toracoscopico prevede, tre accessi endoscopici: uno sulla linea ascellare posteriore e due sull’ascellare anteriore per permettere l’inserimento dell’endoscopio e degli strumenti chirurgici. La pleura parietale viene ampiamente aperta oltre la testa della costa e lo spazio intersomatico. I due centimetri prossimali della costa vengono rimossi e la drura madre esposta. Il corpo vertebrale viene in parte fresato a livello della parte posteriore dello spazio discale. Una volta che tale procedura è stata completata la parete del canale spinale viene rimossa e viene completata la discectomia.

L’ernia del disco dorsale ha, in generale, una prognosi favorevole. In presenza di dolore come unico sintomo, il trattamento conservativo conduce ad ottimi risultati. Al contrario di fronte a disturbi neurologici il trattamento chirurgico è la prima scelta. Le ernie al di sotto di T9, causando spesso una sintomatologia neurologica, sono quelle maggiormente suscettibili di trattamento chirurgico. I risultati della chirurgia sono molto soddisfacenti, i sintomi midollari si riducono in circa il 95% dei casi ed il dolore nel 87%. Per quanto riguarda la disfunzione vescicale i risultati sono meno convincenti, con un miglioramento in circa il 58% dei casi. Il tasso complessivo di complicanze legate alla chirurgia si aggira intorno al 12,6%, mentre le complicanze maggiori hanno un’incidenza del 3,6%.  

 

 

Stenosi lombare

Il 99% della popolazione ha sperimentato almeno una volta nella vita un episodio di lombalgia o “mal di schiena”. Circa il 14% delle nuove visite ambulatoriali è correlato a episodi di lombalgia o sciatalgia, e di questi almeno il 4% va incontro poi a intervento chirurgico. La spiegazione di questa elevata percentuale risiede nella qualità di vita di ogni individuo: le normali attività quotidiane  (lavoro, sport, abitudini, posture, ecc),  mettono la nostra colonna vertebrale nelle condizioni di andare incontro ad una accelerazione del fisiologico processo di invecchiamento del rachide. Ciò provoca una attivazione precoce della cascata degenerativa che comporta insorgenza di sintomatologia algica ricorrente ed in alcuni casi invalidante. Il primo evento è la degenerazione del disco vertebrale, ossia la perdita progressiva del contenuto idrico, la fissurazione dell’anulus fibroso e la fuoriuscita del nucleo polposo nel canale spinale; questa fase configura il quadro patologico dell’ernia del disco. La degenerazione del disco comporta poi una variazione dell’assetto biomeccanico della colonna, generando un aumento del movimento segmentale di ogni metamero; tale fase prende il nome di fase instabile della cascata degenerativa, che configura il quadro patologico della spondilolistesi. La conseguenza di questa fase è l’ispessimento delle strutture legamentose e osteoarticolari, le quali vanno incontro ad un notevole aumento di volume a scapito del diametro del canale spinale ad uno o più livelli. Tale fase nota come “fase reattiva” della cascata degenerativa, configura il quadro della stenosi del canale vertebrale. In altre parole l’ernia del disco è solo il primo passo di una malattia a carattere evolutivo che avrà come conseguenza inevitabile la stenosi: tale malattia è nota come spondilodiscoartrosi. La maggiore incidenza si ha tra i 60 e 70 anni.

 

Sintomi

Il sintomo tipico è la caludicatio neurogena cioè un senso di affaticamento, di pesantezza e di cedimento agli arti inferiori durante la deambulazione cui possono associarsi dolore e senso di addormentamento. Questi disturbi cessano con il riposo e con la flessione del busto in avanti.

 

Diagnosi

La diagnosi di stenosi lombare viene fatta attraverso la radiologia convenzionale (Rx colonna lombo-sacrale in proiezione antero-postriore e latero-laterale ed Rx dinamiche), la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica nucleare ed gli esami neurofisiologici (elettromiografia ed elettroneurografia).

 

Trattamento

Il trattamento della stenosi è in relazione alla sintomatologia, ai deficit neurologici ed agli esami neuroradiologici. Può essere conservativo o chirurgico.

Trattamento conservativo (terapia antalgica, farmacologica e fisioterapica)

Trattamento chirurgico (Laminectomia decompressiva e stabilizzazione quando necessaria).

I rischi di intervento sono quelli di qualsiasi intervento chirurgico (reazioni avverse ai farmaci anestetici, infezioni, emorragie, ecc). Possono verificarsi complicanze intra-o post-operatorie, che, anche se molto rare, possono essere importanti: il coinvolgimento delle radici nervose, discite, ematoma, fistola del liquido cerebro-spinale e pull out di una vite. La comparsa di sequele dipende principalmente l'intervento dello stato precedente. In generale, dopo un paio di settimane dall'intervento chirurgico, i pazienti possono riprendere le loro normali attività, evitando significativi sforzi fisici. A volte può essere necessario seguire un trattamento riabilitativo.

 

 

Discoartrosi cervicale

La discoartrosi cervicale è il risultato del fisiologico processo di invecchiamento del rachide cervicale, che porta a modificazioni morfologiche e biomeccaniche del rachide stesso, con un restringimento del diametro del canale cervicale ad uno o più livelli. La degenerazione del rachide è di comune riscontro nell’età avanzata (90% dei soggetti con età superiore a 65 anni) ed è certamente più rara nel giovane (10% dei soggetti con età inferiore a 25 anni). Le cause di tale degenerazione non sono state individuate, ma sono stati identificati dei fattori di rischio quali il fumo di sigaretta, traumi ripetuti, attività lavorative che prevedono la mobilizzazione di carichi pesanti, colpo di frusta, eccessivo peso corporeo, vita sedentaria, patologie del metabolismo osseo ed età avanzata. La degenerazione del disco intervertebrale, in particolare del nucleo polposo causa una riduzione della capacità del disco di rispondere alle sollecitazioni meccaniche, causando quindi una microinstabilità del segmento di moto. L’organismo reagisce all’instabilità riconoscendo tale ipermovimento come innaturale e tenta di contrastarlo. Tale azione si verifica attraverso modificazioni anatomopatologiche dei corpi vertebrali e delle strutture osteoligamentose che vanno incontro a ispessimento e aumento di volume. Tale aumento di volume dei tessuti avviene a scapito del diametro del canale vertebrale che quindi si riduce. Tale riduzione genera compressione sulle strutture nervose che si trovano all’interno del canale, generando un quadro noto come patologia discoartrosica del rachide cervicale.

 

Sintomi

La stenosi cervicale si manifesta con diversi quadri clinici:

- Radicolopatia o cervicobrachialgia quando si ha la sofferenza di una radice nervosa con conseguente dolore a distribuzione dermatomerica della radice interessata.  Si associano spesso parestesie tipo formicolio o intorpidimento e perdita della forza all’arto interessato con riduzione dei riflessi osteotendinei.

- Mielopatia, un quadro clinico più grave poichè segno di sofferenza midollare. Oltre alla difficoltà nel compiere movimenti fini con le mani e dolore agli arti superiori, si associa una sensazione di pesantezza agli arti inferiori, iperreflessia agli arti inferiori, disturbi della sensibilità al tronco, disturbi sfinterici.

 

Trattamento

L’approccio terapeutico può essere consevativo con l’uso di analgesici, FANS, miorilassanti e nelle forme più gravi corticosterioidi, oltre che fisioterapia.

La persistenza della sintomatologia algica, il fallimento delle cure conservative, l’insorgenza di un deficit di forza rappresentano l’indicazione all’intervento chirurgico.

Il trattamento chirurgico ha l’obiettivo di decomprimere il midollo e le strutture nervose, questo può avvenire per via posteriore con laminectomia e in caso di segni di instabilità si esegue una contestuale stabilizzazione o per via anteriore con discectomia ad uno o più livelli o corpectomia e fusione intersomatica per mezzo di cage o mesh ed osso autologo o eterologo.

 

 

Spondilolistesi

La spondilolistesi è una patologia del segmento lombare della colonna caratterizzata dallo “scivolamento” di una vertebra rispetto all’altra. Le cause di tale scivolamento sono varie e sono alla base della classificazione delle spondilolistesi:

- Ontogenica, dovuta ad un difetto di sviluppo che consiste nell’incompleta ossificazione dell’arco posteriore di una vertebra. In relazione all’entità dell’alterazione anatomica si possono suddividere in forme ad alta displasia, in cui vi è una più grave alterazione di tali strutture e nella quasi totalità di casi necessitano di intervento chirurgico, e forme a bassa displasia in cui i cambiamenti morofologico-funzionali sono più contenuti e tendono ad una guarigione “spontanea”.

- Istmica, causata dalla lisi della pars interarticularis (o istmo). E’ tipica del livello L5-S1 e sembra presentarsi con maggiore frequenza negli sportivi che hanno condotto attività fisiche e soggetti a stress importanti (sollevamento pesi, football americano etc.).

- Degenerativa, è secondaria a quei fenomeni degenerativi progressivi a carico del nostro rachide. A livello delle faccette articolari lombari si determina lo spianamento della componente coronale della faccetta stessa predisponendo alla listesi. Si presenta più frequentemente a livello L4-L5 e maggiormente nella donna.

- Traumatica, si può osservare a distanza di tempo da un trauma con frattura vertebrale trattata conservativamente.

- Patologica, secondaria a spoindilodisciti o lesioni neoplastiche vertebrali solitamente secondarie.

- Post-chirurgica, si può osservare come effetto a lungo termine di laminectomie più o meno estese.

Le spondilolistesi, di qualsiasi natura siano, vengono classificate in base alla percentuale di corpo vertebrale scivolato: I Grado (<25%), II Grado (25-50%), III Grado (50-75%) e IV Grado (>75%).

 

Diagnosi

La diagnosi si avvale di un esame RX Lombo-sacrale con studio dinamico sotto carico, una TC  possibilmente sotto carico (Axial Load CT), una RMN ed uno studio Elettromiografico. La valutazione di tutti gli esami permette poi la scelta dei livelli da operare e delle tecniche da utilizzare.

 

Trattamento

Il trattamento può essere di tipo conservativo o chirurgico. Il trattamento conservativo consiste in una fisioterapia mirata. Le percentuali di successo di tale terapia non sono trascurabili tant’è che viene utilizzata come prima opzione laddove non siano presenti già deficit neurologici o il quadro clinico non sia di particolare gravità.

Il trattamento chirurgico invece è il trattamento elettivo laddove sia fallito quello conservativo. Esso consiste di tre momenti fondamentali:

1. La decompressione delle strutture nervose: sacco durale e radici.

2. La riduzione della listesi.

3. La stabilizzazione e fusione postero-laterale. Avviene per via posteriore con le barre longitudinali applicate sulle viti peduncolari. A questo viene aggiunta una “colata” ossea che favorisce una fusione postero-laterale assai importante nel risultato a lungo termine.

In casi selezionati può essere indicata una tecnica mini-invasiva o trans-cutanea per provvedere sia alla decompressione che alla stabilizzazione.

Le percentuali di successo di tale tipo di trattamento si aggirano intorno al 80%. Le complicanze sono minime. E’ tipico di questo tipo di trattamento il dolore post-operatorio che viene però trattato preventivamente con farmaci antidolorifici somministrati in infusione endovenosa continua.